lunedì 17 marzo 2008

TIBET, DIRITTI UMANI, OLIMPIADI

A volte ritornano. Dopo quasi un mese di inattività (sul blog) ricomincio a scrivere. Lo faccio partendo da un fatto di cronaca molto attuale. Sono rimasto colpito da quello che succede in Tibet. Come già era successo in Birmania la rivolta improvvisamente è scoppiata.

I diritti umani in Cina sono violati quotidianamente, la libertà dell'individuo è praticamente negata (vedi la repressione nei confronti della Chiesa Cattolica), la situazione in Tibet è esplosiva.
Nessuna potenza vuole inimicarsi la Cina. Si parla delle Olimpiadi come la soluzione per il problema dei diritti umani, ma alcune federazioni vietano agli atleti di parlarne (vedi Gran Bretagna, anche se poi ha ritirato il tutto).
Quale soluzione ? Sicuramente le Olimpiadi possono essere una grande vetrina e una possibilità per un cambiamento, ma se sulla vetrina c'è una decalcomania e dietro il negozio vuoto, non ci siamo.

Riporto un articolo di Bernardo Cervellera pubblicato su www.Asianews.it

"Il sangue del Tibet sulla Pechino dei Giochi"

Dieci morti e i carri armati a Lhasa sono la risposta cinese al “terrorismo” tibetano, che riesce ad esprimersi solo con proteste, marce di monaci e civili, negozi in fiamme, auto bruciate.

A quasi 50 anni dalla rivolta repressa nel sangue, che ha portato all’esilio il Dalai Lama e decine di migliaia di tibetani, una nuova fiammata rischia di far divampare un incendio violento. Il tutto a pochi mesi dalle Olimpiadi, che Pechino sbandiera come i Giochi della pace e della fraternità universale.

Sono proprio le Olimpiadi ad aver acceso la scintilla. Atleti tibetani hanno domandato di partecipare alle Olimpiadi sotto la bandiera del Tibet, ma la Cina lo ha negato. Per le cerimonie d’inizio e fine dei Giochi sono previste performance di danzatori tibetani sorridenti sotto la bandiera cinese, mentre a Lhasa e nel Tibet la popolazione rischia il genocidio.

Un genocidio anzitutto economico: le alte terre himalayane, ricche di minerali, sono disseminate di scienziati cinesi che ricercano miniere di rame, uranio e alluminio, mentre ai locali non resta che l’abbandono dei loro pascoli e il lavoro nelle fabbriche cinesi. Il turismo, con il suo strascico di alberghi, karaoke, prostituzione, è tutto in mano ai milioni di coloni cinesi, violentando la cultura ancestrale.

La Cina dice che tutto questo serve per lo sviluppo della popolazione. Forse è anche vero, se non ci fosse anche il genocidio culturale e religioso: nessun insegnamento della religione e della lingua tibetane; nessuna esibizione o lode al Dalai Lama, controllo di ferro sui monasteri e i civili grazie allo spiegamento di oltre 100 mila soldati cinesi.

Nel ’95 il controllo di Pechino è giunto fino a determinare il “vero” Panchen Lama, eliminando quello riconosciuto dal Dalai Lama. E dallo scorso settembre, tutte le reincarnazioni dei buddha (fra cui quella del Dalai Lama stesso, ormai 70enne), per essere “vere”, devono avere l’approvazione del Partito.

Le proteste di questi giorni, portate avanti soprattutto da giovani monaci e civili sono il frutto della disperazione davanti al lento morire di un popolo impotente. Tale disperazione è creata anche da Pechino. Per tutti questi anni il Dalai Lama ha proposto alla Cina una soluzione pacifica, con un’autonomia religiosa per il Tibet, rinunciando all’indipendenza.

Vi sono stati anche incontri fra rappresentanti del governo tibetano in esilio e le autorità del governo cinese. Ma quest’ultimo, alla fine, ha sempre sbattuto la porta in faccia, sospettando chissà quali mire indipendentiste nell’Oceano di Saggezza (un altro nome del Dalai Lama), che ormai desidera solo essere un leader religioso.

La mancanza di segni di speranza porta a gesti disperati. Temiamo che la situazione a Lhasa diventi sempre più incandescente o spinga la Cina a soluzioni estreme, con la scusa di combattere “il terrorismo separatista”. Per la Cina è il momento della verità: dopo essersi preparata a diventare un Paese moderno per le Olimpiadi, deve mostrare di essere tale anche nel risolvere crisi sociali e di libertà. L’apertura di un dialogo col Dalai Lama sarebbe il passo da fare. Sembra quasi una nemesi storica che a decidere questo debba essere il presidente Hu Jintao.

Nel marzo ’89 vi è stata un’ennesima rivolta in Tibet, conclusa con un massacro e con la legge marziale, decretata proprio da Hu Jintao, a quel tempo segretario del Partito a Lhasa. Pochi mesi dopo vi è stato il grande massacro di Tiananmen a Pechino. Ma dopo quasi 20 anni Hu Jintao si trova davanti agi stessi problemi. La repressione non ha risolto nulla: è tempo per un altro tipo di soluzione.

3 commenti:

Katiu ha detto...

E' una situazione massacrante, stare qua a guardare inermi, non poter urlare, fare qualcosa.
Persone che si uccidono per un Dio, per una religione che dovrebbe unire, dovrebbe rendere tutti fratelli, tutti uguali. Invece si ostina a rendere tutti nemici. La Cina ne è un esempio, continua a lottare contro il Tibet per un'idea di supremazia che solo lei sa dove vuole portare. Il problema fondamentale è che nessun paese vuole inimicarsi la Cina, e per cosa??!!?? Per soldi, per potere, per evitare guerre. E allora il mondo cosa decide di fare? Di lasciar che si arrangino tra di loro, che si ammazzino pure tra cinesi e tibetani, non sono problemi nostri!
Certo, non sono problemi nostri perchè non ci toccano direttamente, non intaccano direttamente i nostri interessi. Se avessero loro il petrolio credi che staremmo ancora qua a guardare?

Tentativoironico ha detto...

Mi sembra che in questo caso la religione non centri, o per lo meno non sia la causa del massacro.

Igor ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=kdqa8_RB8Mg